Le due sculture di bronzo furono rinvenute per caso nel pomeriggio del 16 agosto del 1972 a Riace Marina, in loc. Farticchio, ad opera di Stefano Mariottini, che lo stesso giorno fece comunicare alla Soprintendenza l´eccezionale rinvenimento. Giacevano a circa 300m. dalla costa e ad 8m. di profondità.
L´eccezionale interesse del fatto e le sue possibili implicazioni indussero il Soprintendente a convocare senza indugio a Reggio i rinvenitori per formalizzare la segnalazione, raccogliere ulteriori notizie e organizzare le azioni successive.
Tuttavia un´altra cronaca che sposta all´indietro di alcune ore il fortunato ritrovamento, ha per protagonisti quattro ragazzi di Riace, i quali hanno sempre sostenuto, con le dovute prove, di essere stati loro a scoprire, intorno alle ore 11:00 del mattino del 16 agosto e quindi ancora prima del Mariottini, “la testa, le braccia, il corpo e le gambe del guerriero con la chioma fluente, che stava su quel fondale”.
La disputa, subito accesasi, circa la paternità della “scoperta”, che vide da una parte i quattro ragazzi di Riace e dall´ altra il sub romano, si concluse nel 1978 con un verdetto del tribunale di Roma.
Non disponendo la Soprintendenza della Calabria, di proprie strutture e non essendo opportuno differire il recupero ad Equipes specializzate quale quella dell´ Istituto di Studi Liguri, si diede formalmente l´incarico al Mariottini coadiuvato dal dott. Natoli quale fiduciario della Soprintendenza, di compiere nuovi sopralluoghi per raccogliere ulteriori dati sull´ esistenza o meno di un relitto sul fondale e per effettuare possibilmente l´immediato recupero delle statue.
Costretto a lasciare la calabria per un precedente impegno all´estero, dopo aver predisposto le modalitá fondamentali del recupero, il Soprintendente Foti convocó a Reggio l´ispettore dott. PierGiovanni Guzzo per affidargli l´incarico di seguire materialmente il recupero delle statue.
Il recupero, diretto dal dott. Guzzo e con la partecipazione del Nucleo Carabinieri Sommozzatori di Messina , avvenne in due fasi. Il 21 agosto fu la volta della statua avvistata per prima, il guerriero piú tardi definito “statua B” : liberata dalla sabbia e assicurata con funi la statua fu portata in superficie con un pallone gonfiato ad ossigeno, quindi trasportata a braccia sulla spiaggia; adagiata supina su una sommaria barella di assi, con un materasso di schiuma sintetica per assorbire gli urti, venne caricata su un autocarro e immediatamente trasportata al Museo Nazionale di Reggio Calabria, nel cui cortile durante la notte si inizió un primo lavaggio della superficie.
L´operazione si ripeté il successivo 22 agosto per l´altra statua (oggi detta “A”) che presentava la testa, il volto e altre parti del corpo completamente nascoste da spesse incrostazioni di ghiaia e sabbia.
Subito dopo il trasporto delle due statue al Museo di Reggio Calabria, nell´ agosto 1972, si inizió la pulitura delle superfici dai depositi marini. I restauratori, G. Spinella e P. Violi della Soprintendenza Archeologica, avviarono con grande perizia la pulizia, con mezzi meccanici, della statua A nelle parti coperte da concrezioni di sabbia e ghiaia, come alcuni settori del corpo e soprattutto il volto, completamente nascosto.
Era peró necessario proseguire il restauro con attrezzature non disponibili a Reggio Calabria e compiere complesse analisi per chiarire ogni elemento relativo alle tecniche di fabbricazione; si decise pertanto di affidare tali operazioni al Centro di restauro archeologico della Soprintendenza Archeologica di Firenze, ove le statue furono trasportate nel gennaio 1975.
I vari trattamenti durarono dal 1975 al 1980 e s evidenzió la necessità di assicurare la futura conservazione delle state climatizzando l´ambiente espositivo con un tasso di umidità al di sotto del quale non si possono innescare nuovi fenomeni di corrosione. Dopo le esposizioni di Firenze (dicembre 1980-maggio 1981) e Roma (giugno-luglio 1981), le statue furono trasportate al museo archeologico di Reggio Calabria (agosto 1981) in ambienti climatizzati, su basi munite di appositi accorgimenti antisismici.
Si suppone che le due statue siano state create in epoche diverse: una risalirebbe, infatti, al 430-420 sec A., l´altra al 460-450 secolo a.C.
L'analisi stilistica e quella scientifica sui materiali e le tecniche di fusione hanno entrambe determinato la differenza sostanziale tra le due statue: sono da attribuirsi a due differenti artisti e a due epoche distinte. L'attribuzione odierna, in base ai confronti stilistici oggi possibili, è di datare la “statua A” al 460 A.C., in periodo severo; mentre al periodo classico e piú precisamente al 430 circa A.C., viene attribuita la “statua B”.
Si tratta di determinazioni che possono ancora essere modificate, anche perchè sappiamo davvero pochissimo di queste due statue. Ignoti sono sia gli autori, sia i personaggi raffigurati, sia la collocazione che avevano nell'antichità. Al momento possiamo solo ritenere che si tratti genericamente di due atleti o di due guerrieri, raffigurati come simbolo di vittoria.
Le statue furono con probabilità realizzate ad Atene e da lì furono rimosse per essere portate a Roma, forse destinate alla casa di qualche ricco patrizio, ma il battello che le trasportava dovette affondare e il prezioso carico finì sommerso dalla sabbia a circa 8 metri di profondità, così che le statue sono rimaste incastrate nel fondale per circa duemila anni, prima che ritornassero a mostrarsi al mondo in tutto il loro splendore.
Si crede che le due statue siano finite nelle acque della Calabria in seguito al naufragio della nave sulla quale si trovavano. Probabilmente facevano parte di un intero gruppo di bronzi d' Argo, comprendenti almeno una quindicina di statue di eroi.
Le statue alte circa due metri rappresentano due figure virili nude, originariamente armate di scudo e lancia. Eleganti sagome fra l'umano e il divino, ricche di vitalità, “i bronzi” sono di gusto raffinatissimo e vanno colocati in uno dei periodi piú splendidi della civiltà greca.
Bronzo A -“il giovane”: Raffigura un eroe mitico (alcuni studiosi ritengono sia Tideo, un eroe dell'Etolia, altri che sia figlio del dio Ares) in posizione stante e in armi, con lo scudo rotondo sostenuto dal braccio sinistro piegato e la lancia trattenuta dalla mano destra abbassata. La testa, bruscamente rivolta verso la destra, è incorniciata dai folti riccioli della barba e delle lunghe ciocche di capelli, (fuse separatamente e poi saldate al capo) trattenute da una lunga fascia. La fisionomia idealizzata é ravvivata dal colore delle cornee in avorio (le iridi in pasta vitrea sono perdute), dai denti in lamina d’argento, dalle labbra in rame rossiccio che contrasta con la patina scura del bronzo.
La statua A presenta la gamba sinistra avanzata, con il piede saldamente appoggiato a terra; l’inclinazione laterale del bacino non si riflette a livello del torace e le spalle sono praticamente orizzontali; in questo schema, che ricorda ancora lo spirito e la tradizione dello “ stile severo”, si inserisce il brusco scatto della testa, fortemente rivolta a destra, verso il braccio libero. Il peso del corpo grava sulla gamba destra, in uno schema tipico della scultura greca intorno all metà del V sec. a, C; la resa dell’anatomia, precisa nei dettagli delle vene e dei tendini, esprime la forza del personaggio con una voluta accentuazione della muscolatura. La statua A fornisce un’immagine tipica della piena classicità, dei ritmi e delle proporzioni consuete nel periodo che precede le realizzazione del Partenone e degli altri edifici dell’acropoli di Atene.
Bronzo B - "il vecchio": raffigurerebbe Anfiarao, un profeta guerriero, ha un aspetto più rilassato e calmo della statua A.
La statua B ha la calotta cranica deformata verso l’alto perché doveva sicuramente consentire la collocazione di un elmo di stile corinzio (oggi disperso) rialzato sul capo, in posizione di riposo; la superficie originariamente coperta dall’ elmo non fu quindi rifinita. Al di sotto dell’elmo una cuffia aderente alla testa, probabilmente in cuoio o in feltro, rappresentata nel bronzo con una superficie picchiettata: ne resta una placchetta triangolare sopra la fronte, un’ altra placchetta posta più in alto in corrispondenza delle occhiaie dell’ elmo e posta un brevissimo tratto sul lato sinistro della nuca; la cuffia avrebbe dovuto coprire gran parte delle orecchie e trattenuta da un sottile sottogola che ha lasciato un vistoso solco verticale sui lati della barba. I capezzoli e le labbra sono in rame come nella statua A; l'occhio residuo è in calcare; il braccio destro non è quello originale ma venne attaccato in epoca successiva.
Nella statua B il ginocchio sinistro è leggermente piegato, con il piede sinistro quasi accostato al destro, l’inclinazione del bacino trova qui rispondenza anche nella parte superiore del corpo, con la spalla destra abbassata e l’andamento curvo della “linea alba” (partizione longitudinale del torace).
L’ equilibrio delle due statue, infine, è perfetto, tanto che i bronzi potrebbero restare in piedi da soli. Per maggior sicurezza, tuttavia i tecnici hanno apprestato un complesso congegno, consistente in un perno di acciaio che si alza nella gamba di appoggio di ciascuna delle due statue, fin quasi a toccare l’interno della spalla; un altro perno si alza invece sino al ginocchio. I due perni, a loro volta, poggiano su due pistoni.
Curiosità
Un gruppo di esperti riuniti a Reggio Calabria, dopo attenti esami, ha affermato che sarà possibile scoprire quale fonderia ha prodotto questi due grandi capolavori dell'antichità.
Con lo studio delle terre di fusione, entro qualche decennio, si potrà scoprire la datazione, l'origine e persino l'officina' in cui sono stati realizzati i Bronzi di Riace.
Claude Rolley, professore dell'Università di Bourgogne, ritenuto uno dei massimi studiosi dei Bronzi e di statue bronzee a livello internazionale, intervenendo ad un convegno organizzato nel Museo nazionale di Reggio Calabria, ha chiesto che venissero al più presto pubblicati gli atti dell'ultimo restauro cui i Bronzi sono stati sottoposti nel 1995, su cui si è detto molto in termini di nuove conoscenze, e soprattutto il lavoro che aveva individuato importanti particolari che risolvono alcuni aspetti relazionali ancora poco noti tra le due statue.
'La tecnica di montaggio delle due statue e gli arnesi utilizzati - ha aggiunto il prof. Rolley - testimoniano che le statue non hanno alcuna comunanza di lavorazione.
Gli esperti sono tutti d'accordo che la realizzazione dei Bronzi risale tra la metà e la fine del V secolo a.C..
Non si sa con certezza se siano state realizzate nella stessa officina. Uno dei due Bronzi è stato realizzato a trent'anni di distanza dall'altro e ciò si evince dalle abitudini artigianali del personale impiegato'.
Pare che fino a Nerone, i romani abbiano trafugato tante statue dalla Grecia. Basti ricordare che nel II secolo a.C. portarono dal golfo di Ambrachia ottocento statue di bronzo. Dopo Nerone non siamo a conoscenza di altri saccheggi poiché Vespasiano aveva adottato un altro tipo di politica, mentre Adriano faceva fare delle copie a Tivoli, ma senza trafugare originali.
Oggi i Bronzi di Riace stanno bene - ha concluso Claude Rolley - ed il check-up, nonostante l'alto costo, si è rivelato utilissimo'.
Massimo Vidale, dell' Istituto centrale del restauro di Roma, ha detto che la tecnologia di realizzazione delle statue antiche di bronzo si capisce da dentro e non dal di fuori.
Da fuori, gli artigiani rifinivano tutto e non si comprendono le tracce lasciate dal lavoro.
All' interno queste tracce ci sono: entriamo con le telecamere, togliamo la terra di fusione con estrema delicatezza, gradualmente, e questo ci consente di capire come gli scultori plasmavano i modelli interni.
Ciò ci apre prospettive di lavoro per il futuro del tutto nuove e su cui nessuno aveva mai pensato.
Abbiamo capito che la terra dentro le statue è un elemento preziosissimo, perché possiamo imparare le tecniche di manifattura e, pazientemente, un po' per volta, possiamo ricostruire degli archivi sulle terre di fusione e le loro proprietà chimiche che, nell'arco di qualche decennio, ci potranno dire con certezza da dove vengono. Adesso non è possibile perché non abbiamo archivi di terre di riferimento'.
Le Tecniche adottate per la costruzione di statue in bronzo
Per prima cosa si modellava la statua in argilla. Su di essa veniva collocato uno strato di cera, dello spessore di alcuni millimetri.
Il tutto veniva ricoperto da altra argilla o terra refrattaria, per costituire un blocco solido e resistente.
A questo punto, attraverso un'opportuna serie di fori, praticati nel masso finale per giungere allo strato di cera, veniva colato il bronzo portato alla temperatura di fusione di 1000° C circa.
Il bronzo, infilandosi in questo masso composto all'interno e all'esterno della forma scolpita da terra refrattaria, andava naturalmente a collocarsi lì dove trovava la cera, la quale, a contatto con il grande calore del bronzo fuso, si scioglieva e colava da opportuni fori ricavati inferiormente.
Quando il bronzo si raffreddava aveva preso tutto il posto dove prima era la cera e a questo punto si poteva liberare la statua di tutta la terra refrattaria che la ricopriva.
Così la statua in bronzo che appariva, conteneva ancora all'interno l'argilla usata per la prima modellazione,
ma si aveva cura di far sì che la forma non fosse totalmente chiusa, in modo da poter liberare la statua dell'argilla interna.
Nel caso dei bronzi di Riace, ad esempio, le due figure sono aperte sotto i piedi, fori che ovviamente non si vedono quando le statue sono collocate in posizione eretta, e da questi fori fu possibile, con paziente lavoro, asportare l'argilla interna.
Non tutta l'argilla si riusciva ad asportare, tanto che nel caso dei bronzi di Riace recenti interventi di restauro interno, condotti con microsonde radiocomandate, hanno permesso di asportare ancora un quintale circa di argilla che era rimasto negli anfratti interni delle due statue.
Se le statue non erano fuse in un unico blocco, il lavoro risultava più agevole.
In questo caso le parti venivano saldate a posteriori in punti appositamente studiati per non influire nella visione dell'opera.
Questa tecnica era definita fusione "a cera persa".
Tale lavorazione riduceva la dimensione dei getti con risparmio di materia prima; era peraltro necessaria una piena padronanza delle tecniche di saldatura delle parti. Nelle nostre due statue furono fuse separatamente le teste, le braccia, le mani, le parti anteriori dei piedi, le dita medie dei piedi. Lo spessore medio del bronzo è di circa mm. 8,5 per la statua A e di circa mm. 7,5 per la statua B. Le leghe bronzee usate per le due statue sono costituite essenzialmente da due elementi; rame e stagno, come è consueto per i grandi bronzi di età greca classica, con scarsissima presenza di piombo, usato invece assai più largamente nelle statue in bronzo di età ellenistica e romana.
Le analisi delle leghe mostrano significative differenze fra le due statue, e si può escludere la contemporaneità di esecuzione o l’identità dell’officina . Una lega ben diversa, con forte percentuale di piombo, fu invece usata per l’intero braccio destro e per l’avambraccio sinistro della statua B, evidentemente rifatti in un restauro antico, molto tempo dopo la fabbricazione originale.
Questa tecnica messa a punto dai greci è la stessa che si usa ancora oggi, pur nella diversità dei materiali odierni e della evoluzione tecnologica.
Tale procedimento era dettato dalla imprescindibile necessità di realizzare statue che fossero cave all'interno. Se una statua in bronzo è di piccole dimensioni, nell'ordine di alcune decine di centimetri, si può ragionevolmente realizzarle a blocco pieno.
In questo caso basta predisporre solo una forma cava al negativo, che fungesse da formatura della statua.
Quando però una statua in bronzo raggiunge le dimensione di uno o due metri di altezza non è più possibile di realizzarle a blocco pieno sia perché richederebbe molto metallo e ne verrebbe fuori una statua dal peso incredibile ma anche perchè una statua di così grandi dimensioni, una volta colata nella forma, nella fase di raffreddamento, per effetto della differente temperatura tra interno ed esterno con conseguente divario di dilatazione e contrazione, sarebbe sollecitata a tensioni interne così forti che ne determinerebbero automaticamente la distruzione.
Le statue in bronzo erano quindi internamente vuote. Questa circostanza permetteva di risolvere anche il problema di far mantenere le statue in verticale risolvendo eventuali squilibri della forma finita con l'inserzione all'interno della statua di opportuni contrappesi che ne determinavano il giusto equilibrio.
Quando però le statue in bronzo venivano copiate in marmo, il problema dell'equilibrio non poteva più essere risolto con contrappesi nascosti.
In questo caso si ricorreva a diversi accorgimenti, quali, il più comune, era di inserire dietro le figure tronchi e arbusti che saldassero le membra inferiori in un unico blocco.
In questo modo si alterava l'immagine finale, anche se ciò non produceva un risultato estetico del tutto negativo.
Ciò è possibile notarlo in tante statue greche i cui originali in bronzo non ci sono pervenuti, perché sicuramente fusi per ricavarne il bronzo per altri usi, e di cui ci rimangono solo copie in marmo di età ellenistica o romana.