C'è chi afferma che il modo migliore per conoscere e giudicare un popolo sia quello di osservarlo nei suoi comportamenti a tavola, nelle sue consuetudini alimentari.
A tal proposito potremmo dire che la gente di Calabria è gente forte, soprattutto dallo stomaco "forte" , adeguato alla cucina robusta che caratterizza la sua mensa.
Una cucina che impegna il gusto ma anche i succhi gastrici; irresistibilmente tentatrice; ma che sa rispondere, con salse accese, i sapori decisi, i vini forti, a colui che si è lasciato tentare.
La cucina reggina , in più, offre una fantasia di gusti molteplici, che le viene dalla non lontana soggezione della città agli spagnoli e dalla vicinanza con la Sicilia degli arabi. Un pranzo "riggitano" non è mai musicato su un solo motivo.
Tra l'altro Reggio è città di mare e di montagna .
Da qui una varietà di piatti notevolissima, tra i quali c'è veramente l'imbarazzo della scelta.
Piatti tradizionali reggini
Chi è nato a Reggio Calabria certamente sa che uno dei riti culinari più antichi di questa città e della sua provincia è rappresentato dalla cosiddetta "frittolata".
Le "frittole" altro non sono che le carni meno pregiate del maiale, cucinate sapientemente da mani esperte nella "caddara", un caratteristico pentolone di rame zincato, la cui cottura, alimentata dal fuoco della legna, avviene lentamente e, come si suol dire , nel proprio grasso.
Ancora oggi il rito delle "frittole" è molto in uso a Reggio; ed allora è altrettanto facile trovare questi "chef" della tradizione nei cortili delle case private o per le strade e perfino sui marciapiedi, dove i "bucceri", ovvero i macellai, inebriano le strade di profumi sopraffini e invitanti.
Un posto d'onore sulla tavola del reggino spetta ad una pietanza che si potrebbe pur ritenere povera, ma che è certamente ricca di gusto:
U "suffrittu".
Si tratta di un secondo piatto composto di frattaglie di vaccino in pezzetti: trippa, rene, intestino, accuratamente puliti e raschiati in acqua bollente e limone e quindi stufati in salsa molto rossa e piccante.
Altri prodotti che caratterizzano l'alimentazione della provincia, nei lunghi inverni ma anche in altre stagioni dell'anno, solo le salsiccie secche o le soppressate, ma pure i vasi delle conserve, che possono essere confezionati con giardiniera oppure con pomodori secchi sott'olio.
Si tratta di autentici "tesori " gastronomici che vengono confezionati con cura prima di essere gelosamente custoditi e "imboscati" nelle colorate e capienti dispense, e tirati fuori all'occorrenza per usi familiari e sovente per poterli offrire.
Vero lusso della tavola e allegria assicurata, per una giornata di festa, sono i tipici "maccarruni".
Si tratta dei rinomati maccheroni con il buco, che venivano lavorati abilmente con i ferri sottili utilizzati per lavorare la lana.
Questa pasta ancora oggi viene preparata, specie dai bongustai doc, con la farina di grano duro e successivamente servita accompagnandola con un ragù ndi carne di salsiccia, abbondante finocchietto, peperoncino ed, infine, "incoronata"con tanta buona ricotta stagionata e salata.
Piatti più poveri, ma molto comuni e sbrigativi, sono quelli a base di ortaggi, dai primipiatti come "pasta e cavolfiore" o "pasta e broccoli", pasta con zucchine fritte, aglio e mollca abbrustolita in padella ai secondi , come "brocculi'ffucati"(un soffritto di aglio, peperoncino o pepe nero, in mezzo bicchiere di vino, in cui si fanno rosolare, coperti a fuoco lento, i broccoli), come peperoni e pomodori ripieni(con pangrattato, odori e formaggio), e ancora parmigiana di melanzane, di zucchine ecc.
Un pezzo forte di questa deliziosa collezione è rappresentata dalle "fave a maccu"; si tratta di fave secche, sgisciate pazientemente con arte, fatte sfaldare a mò di purè, da amalgamare con abbondante cipolla e, in alcuni casi mescolate con la pasta lunga, anche spaghetti, spezzata prima di essere buttata in pentola.
Da non dimenticare inoltre le "uova chi curcuci" preparate con le rimanenze della cottura delle carni meno pregiate del maiale.
Per quanto riguarda i piatti a base di pesce, la tavola dei reggini ha senza ombra di dubbio, un grande protagonosta, quasi un autentico "padrone": il pescespada.
Proposto sotto forma di delicati involtini con ripieno di mollica, olive, capperi e prezzemolo cosparso di salmoriglio con abbondante aglio, oppure gratinato con il pomodoro a pezzetti e la mollica, o ancora nella sua variante alla ghiotta, con pomodorino fresco, cipolla, olive bianche o nere e capperi, resta sempre il grande re della cucina e della tavola.
Un pesce molto utilizzato , e oltremodo rivalorizzato, è il pesce stocco, quello secco, che viene sapientemente ammollato in acqua corrente.
I cultori di questa tecnica amano utilizzare per questa operazione le acque delle sorgenti dello Zomaro, un rinomato altopiano dell'area aspromontana.
Lo stocco da servire crudo viene preparato con pomodorini di "schiocca", e dopo condito con aglio, olio e peperoncino ma si può anche gustare cucinato alla "ghiotta", con olive , capperi, cipolla, patate e poca salsa di pomodoro.
Ancora un piatto da annoverare nell'elenco dei "sovrani": si tratta delle costardelle, piccoli pesci azzurri muniti di minuscola spada; si gustano preferibilmente con una cottura che li propone "'ndorati e fritti" o a cipuddata, praticamente cosparsi di aceto, aglio e cipolla dopo essere stati fritti.
Ma la prelibatezza assoluta è rappresentata dalle delicate frittelle di "nannata"; si tratta del neonato pesce azzurro, che viene consumato anche crudo, condito con succo di limone ed un goccio di olio.
Dolci tradizionali
miele, mandorle, fichi secchi, agrumi: sono alcuni degli ingredienti che danno colore e profumo alla vasta gamma di dolci che imbadiscono le tavole reggine.
La "nzudda" rimane il simbolo di questa antichissima tradizione: miele caramellato, farina e fichi secchi prendono le forme più curiose e simpatiche per essere venduti sui colorati banconi dei venditori ambulanti, spesso dentro caratteristiche cassapanche.
E' questo il dolce tipico delle feste di paese, delle fiere e delle sagre.
A Reggio ogni ricorrenza religiosa ha il suo dolce, lavorato seguendo le ricette tradizionali: a Natale si gustano i "petrali" , dolcetti ripieni di fichi secchi, noci e canditi, e decorati con cioccolato e zucchero;
a Pasqua il dolce tipico è il "cuddhuraci", decorato con uova sode: le forme sono varie ma le più usate sono il paniere e la colomba. Un tempo la massaia usava fare un cuddhuraci particolare per la nuora o il genero, generalmente a forma di cuore e con un gran numero di uova, sinonimo di abbondanza, purchè dispari per questione di superstizione.
Anche il carnevale ha il suo dolce speciale: è la "pignolata", polpettine di pasta dolce, fritte in olio di oliva e unite tra di loro dal miele.
I Vini Un ultimo riferimento tocca ai vini di cui la provincia non è avara e, tra i migliori e più famosi, basta ricordare il "Pellaro", forte e pastoso, il "Sambatello" più leggero, ma ottimi vini sono anche quelli provenienti dal Palmese e, sulla Jonica spunta il famoso "Palizzi".
Una menzione particolare meritano i vini di Bianco: il "Montonico" e il "Greco", ormai famosi in tutta Italia, che sono piuttosto da dessert o comunque liquorosi.